Disabilità in Piemonte, Canalis chiede alla Regione interventi sui costi dei certificati
15/04/2026
Il costo dei certificati medici richiesti nell’ambito della nuova riforma della disabilità approda nel dibattito politico piemontese, dove la consigliera regionale del Partito Democratico Monica Canalis ha chiesto alla Giunta di intervenire su una questione che, nella fase iniziale di applicazione del decreto legislativo 62 del 2024, sta già producendo effetti concreti sulle famiglie e sulle persone coinvolte. Al centro della contestazione c’è il certificato medico introduttivo, documento necessario per attestare le patologie invalidanti e avviare il percorso previsto dalla nuova disciplina, che in diversi casi verrebbe rilasciato a fronte di richieste economiche ritenute troppo elevate.
Secondo quanto emerso nella fase sperimentale, in alcune situazioni i medici di medicina generale arriverebbero a chiedere fino a 350 euro, giustificando la tariffa con il tempo necessario alla compilazione, che può raggiungere i 45 minuti. Un dato che solleva un problema evidente di accessibilità, perché introduce un onere economico significativo in un passaggio essenziale per ottenere il riconoscimento e la presa in carico prevista dalla riforma.
Il nodo dei costi nella sperimentazione del decreto
La questione riguarda in particolare le quattro province piemontesi nelle quali è già partita la sperimentazione del D.Lgs 62/2024, provvedimento che ridisegna una parte importante delle politiche sulla disabilità. Tra le novità più rilevanti figurano il superamento del termine “handicap”, sostituito da “persona con disabilità”, l’introduzione della valutazione di base unica affidata all’Inps e il Progetto di Vita individuale e partecipato, costruito secondo i principi della Convenzione Onu.
In questo quadro il certificato medico introduttivo diventa un passaggio preliminare indispensabile, ma proprio la sua natura obbligatoria rende ancora più delicata la questione dei costi. Canalis ha chiesto alla Regione come intenda agire per rendere il rilascio del documento più sostenibile sul piano economico e più accessibile nei tempi, anche perché il certificato può richiedere aggiornamenti ravvicinati in caso di aggravamento delle condizioni di salute, con ulteriori esborsi per l’utenza.
Il tema non è soltanto tecnico, perché investe direttamente il rapporto tra riforma e concreta esigibilità dei diritti. Quando una procedura pensata per migliorare la presa in carico si traduce, nella sua fase iniziale, in un costo difficile da sostenere, il rischio è quello di creare una barriera proprio all’ingresso del sistema.
La risposta della Regione e le criticità emerse
Nella risposta fornita in aula, l’assessore Gian Luca Vignale, leggendo una nota del vicepresidente Maurizio Marrone, ha spiegato che già alla fine di gennaio 2026 gli uffici della direzione Welfare avevano segnalato al Ministero una serie di criticità legate alla sperimentazione. Sul costo del certificato medico introduttivo, la Regione ha ricordato che la questione sarebbe di competenza nazionale, da affrontare nell’ambito degli accordi collettivi con i medici di medicina generale, percorso che al momento non risulta ancora concluso.
Proprio questa mancanza di uniformità starebbe producendo una tariffazione molto diversa da professionista a professionista. La Regione ha però evidenziato che il certificato può essere rilasciato gratuitamente anche dai medici dipendenti delle Aziende sanitarie locali, delle aziende ospedaliere, degli istituti di ricovero e cura a carattere scientifico e dei centri specializzati per le malattie rare.
Nel corso dei primi 150 giorni di sperimentazione nella provincia di Alessandria sarebbero emersi, inoltre, altri elementi ritenuti problematici. Tra questi compare una percentuale anomala di rinunce al Progetto di Vita, indicata in dati parziali attorno al 65%, fenomeno che sarebbe legato, secondo quanto riferito, a una comprensione non ancora piena di ciò che questo strumento comporta nella pratica. A ciò si aggiungono difficoltà relative alla formazione, rispetto alle quali la Regione ha chiesto al Ministero un riscontro rapido sul piano territoriale già predisposto.
Il passaggio in Consiglio regionale mette quindi in evidenza un punto preciso: la riforma promette un cambio di impostazione importante, più aderente ai diritti e alla personalizzazione dei percorsi, ma la sua tenuta dipenderà dalla capacità di rendere ogni fase davvero accessibile, comprensibile e uniforme. È lì che si misura la distanza tra l’ambizione normativa e l’esperienza concreta delle persone.
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Autrice di articoli per blog, laureata in Psicologia con la passione per la scrittura e le guide How to