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Piemonte e Risorgimento: storia dell'unità d'Italia

29/08/2026

Piemonte e Risorgimento: storia dell'unità d'Italia

Tra le regioni italiane, il Piemonte occupa un posto del tutto singolare nella memoria storica nazionale: fu il territorio da cui partì il processo che avrebbe dato forma all'Italia unita, lo spazio politico e militare in cui le ambizioni della Casa Savoia si incontrarono con le idee dei patrioti, con la diplomazia europea e con le aspirazioni di popolazioni che fino a quel momento non avevano mai condiviso né una moneta né uno Stato. La storia del Piemonte e del Risorgimento, intesa come storia dell'unità d'Italia, non è riducibile a una sequenza di date e battaglie: è la vicenda di un sistema politico che, a partire da Torino, riuscì a costruire le condizioni materiali e simboliche per un progetto che molti, anche tra i sostenitori, ritenevano irrealistico fino a pochissimi anni prima della sua realizzazione.

Il Regno di Sardegna, con capitale Torino, non era la potenza più grande della penisola, né la più ricca, né la più popolosa; eppure divenne il fulcro attorno a cui ruotò l'intero movimento unitario, per ragioni che attengono tanto alla struttura istituzionale quanto alle scelte individuali di una classe dirigente che seppe leggere il momento storico con una lucidità rara. Lo Statuto Albertino del 1848 trasformò il Piemonte in una monarchia costituzionale in un'epoca in cui le altre corti italiane ritornavano all'assolutismo dopo i moti del Quarantotto; quella scelta, controcorrente rispetto alla reazione europea, attrasse nel Piemonte liberali, repubblicani moderati e intellettuali che altrove non avevano più spazio politico. Torino divenne, di fatto, la capitale morale del liberalismo italiano prima ancora di diventare la prima capitale del Regno d'Italia.

Comprendere la centralità piemontese nel Risorgimento richiede di tenere insieme piani diversi: quello della politica interna, con le riforme cavouriane che modernizzarono lo Stato sabaudo; quello della diplomazia internazionale, con le alleanze che Cavour tessé con la Francia di Napoleone III; quello militare, con le campagne del 1859 e del 1860; e infine quello della narrazione, perché la storia dell'unità d'Italia fu anche una storia di costruzione dell'identità nazionale, in cui il Piemonte giocò un ruolo di primo piano ma non sempre riconosciuto nella sua complessità.

Il contesto politico del Piemonte preunitario

Nel decennio che precede l'unificazione, il Piemonte attraversa una trasformazione interna rapida e profonda, guidata da Camillo Benso conte di Cavour, che dal 1852 occupa la presidenza del Consiglio del Regno di Sardegna con una visione programmatica che non ha equivalenti tra i governi della penisola: costruire uno Stato efficiente, laico nelle sue istituzioni, capace di competere economicamente con le potenze europee e di presentarsi come interlocutore credibile nelle cancellerie di Parigi e Londra. Le riforme che Cavour introduce — la separazione tra potere civile e ecclesiastico, la costruzione della rete ferroviaria, la liberalizzazione del commercio — non sono episodiche: rispondono a una logica coerente di modernizzazione che ha come obiettivo dichiarato la creazione di un Piemonte abbastanza forte da guidare politicamente il resto della penisola. La partecipazione alla guerra di Crimea nel 1855, militarmente marginale, è l'esempio più nitido di questa strategia: inviare truppe a fianco di Francia e Gran Bretagna per ottenere un seggio al tavolo del Congresso di Parigi e sollevare la questione italiana di fronte alle potenze europee.

La guerra del 1859 e il ruolo militare del Piemonte

L'alleanza con Napoleone III, siglata negli accordi segreti di Plombières nel luglio del 1858, costituisce il momento in cui la strategia diplomatica cavouriana produce il suo effetto più concreto: la Francia si impegna a intervenire militarmente a fianco del Piemonte in caso di guerra contro l'Austria, a condizione che il conflitto si presenti come una risposta a un'aggressione austriaca e non come un'iniziativa offensiva sabauda. La Seconda guerra d'indipendenza del 1859 si combatte tra maggio e luglio, con le battaglie di Magenta e Solferino che costano perdite enormi ad entrambi gli schieramenti; l'armistizio di Villafranca, firmato da Napoleone III e Francesco Giuseppe senza consultare Cavour, lascia il Veneto all'Austria e provoca le dimissioni dello stesso Cavour, che lo vivrà come un tradimento. Eppure il risultato netto di quella campagna è l'annessione della Lombardia al Piemonte e, nel giro di pochi mesi, anche di Toscana, Emilia e Romagna attraverso plebisciti che, pur organizzati in condizioni tutt'altro che neutrali, sanciscono formalmente la volontà delle popolazioni di unirsi al Regno di Sardegna.

Garibaldi, il Mezzogiorno e la questione dell'unificazione dal basso

La spedizione dei Mille, partita da Quarto il 5 maggio 1860, introduce nella storia del Risorgimento italiano una dinamica che il governo piemontese non aveva pianificato e che avrebbe volentieri evitato: un'iniziativa militare autonoma, guidata da un condottiero che non rispondeva a Torino e che in poche settimane conquistò il Regno delle Due Sicilie, aprendo la strada all'unificazione del Sud con il Nord ma ponendo anche questioni politiche delicate sulla natura del nuovo Stato. Cavour — rientrato alla presidenza del Consiglio nell'estate del 1860 — gestì la situazione con una combinazione di cinismo e pragmatismo: lasciò fare Garibaldi fin quando fu conveniente, poi organizzò l'intervento dell'esercito piemontese nelle Marche e in Umbria per anticipare l'arrivo garibaldino a Roma e impedire che lo scontro con il papato compromettesse i rapporti internazionali del nuovo Stato. L'incontro di Teano, il 26 ottobre 1860, in cui Garibaldi consegnò simbolicamente le conquiste meridionali a Vittorio Emanuele II, chiuse una fase straordinaria, ma lasciò irrisolte tensioni profonde tra il modello piemontese di unificazione — centralizzato, moderato, dinastico — e le aspirazioni di chi aveva combattuto per un'Italia diversa.

Torino capitale e il problema della piemontesizzazione

Dal 17 marzo 1861, data della proclamazione del Regno d'Italia, fino al 1865, quando la capitale fu trasferita a Firenze, Torino visse la condizione paradossale di essere il centro di uno Stato che aveva costruito ma che già la stava marginalizzando: le classi dirigenti piemontesi occuparono posizioni chiave nell'amministrazione del nuovo regno, esportando modelli giuridici, burocratici e militari che il resto della penisola percepì spesso come un'imposizione. Il termine "piemontesizzazione", usato già dai contemporanei con sfumature critiche, descrive il processo attraverso cui le istituzioni sabaude furono estese all'intero territorio nazionale senza tenere conto delle specificità locali; la legge Rattazzi sull'ordinamento municipale e provinciale del 1859, estesa al nuovo regno, accentrò il potere in modo che molte regioni vissero come una soppressione delle proprie tradizioni amministrative. La questione meridionale, che esplode immediatamente con il brigantaggio degli anni Sessanta, è in parte la conseguenza diretta di questa frizione tra un modello unitario pensato a Torino e realtà sociali, economiche e culturali profondamente diverse.

L'eredità piemontese nella costruzione dell'identità nazionale italiana

A distanza di oltre centocinquant'anni, la riflessione storiografica sul contributo del Piemonte all'unità d'Italia ha abbandonato sia le celebrazioni acritiche sia le revisioni polemiche per approdare a una valutazione più articolata: il Piemonte fu il laboratorio in cui si sperimentò un modello di Stato liberale che, con tutti i suoi limiti, rappresentava nel contesto della Restaurazione europea un'anomalia significativa; le élite torinesi portarono al progetto unitario competenze diplomatiche, risorse finanziarie e una struttura militare senza le quali l'impresa sarebbe rimasta allo stadio dell'utopia; tuttavia, la forma che quell'unificazione assunse — il trasferimento di istituzioni sabaude su un territorio eterogeneo, senza un progetto federale né una vera negoziazione con le periferie — ipotecò i decenni successivi con squilibri regionali che la storia italiana del Novecento non riuscì mai a colmare pienamente. Il Piemonte e il suo Risorgimento restano, per la storiografia contemporanea, un campo di ricerca aperto: non un capitolo chiuso da commemorare, ma un sistema di cause ed effetti che aiuta a spiegare come l'Italia sia diventata quello che è, con le sue coesioni e le sue fratture ancora visibili.

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Andrea Bianchi

Autore di articoli di attualità, casa e tech porto in Italia le ultime novità.