Torino, Giorno del Ricordo al Monumentale: omaggio alle vittime delle foibe e all’esodo giuliano-dalmata
11/02/2026
Tra i labari di Fiume, Pola, Rovigno e Zara, Torino si è ritrovata questa mattina accanto alla comunità degli esuli giuliano-dalmati per la celebrazione del Giorno del Ricordo. La cerimonia, ospitata al Cimitero Monumentale, ha ripercorso una vicenda che per molte famiglie non è mai stata soltanto storia: il massacro delle foibe, il trauma dell’esodo, l’arrivo in un Paese spesso impreparato ad accogliere, fino alla lenta ricostruzione di una vita nuova, qui sotto la Mole, dentro i quartieri e nei luoghi del lavoro.
Il tono della commemorazione è rimasto legato a un punto essenziale: ricordare non significa semplificare, né ridurre tutto a una formula. Significa invece riconoscere dolore, sradicamento, fratture, e anche la capacità concreta di una comunità di ricostruirsi, integrandosi senza smarrire identità e memoria.
Le parole delle istituzioni: memoria, responsabilità, ferite ancora aperte
Il presidente del Consiglio Regionale, Davide Nicco, ha parlato di un “debito morale” dell’Italia verso chi fu ucciso perché italiano e verso chi dovette abbandonare le proprie radici. Nel suo intervento ha scandito passaggi che, per molti, restano impressi come un percorso a tappe: il dolore delle stragi, lo strazio dell’esodo verso un’Italia che talvolta guardò con sospetto gli esuli, e infine una stagione lunga di rimozioni e negazioni, quando quella tragedia veniva minimizzata o confinata ai margini del discorso pubblico.
Accenti diversi sono arrivati da Antonio Vatta, presidente dell’Associazione Venezia Giulia e Dalmazia, che ha espresso rammarico per i tentativi di strumentalizzazione politica e per alcune inesattezze storiche legate al tema dell’edilizia popolare. Vatta ha rivendicato la dignità di una comunità che, senza chiedere scorciatoie, ha saputo conquistare riconoscimento e rispetto attraverso il lavoro, la disciplina civile e l’adesione alle regole.
Torino e l’accoglienza: dai Centri Raccolta Profughi al contributo alla città del dopoguerra
In rappresentanza della Città di Torino è intervenuto l’assessore Paolo Chiavarino, che ha ricostruito una sorta di “mappa dell’accoglienza” locale. Ha ricordato i circa 10.000 esuli arrivati in città, spesso passando attraverso condizioni di precarietà: i Centri Raccolta Profughi (CRP), le “casermette” di via Veglia e l’area di Altessano, luoghi che per tanti hanno segnato l’inizio di una fase sospesa, fatta di attesa, adattamento, necessità di ripartire da zero.
Chiavarino ha insistito su una dimensione che racconta bene la profondità dello sradicamento: la comunità giuliana, istriana e dalmata ha vissuto una doppia condizione di esilio, prima dalla propria casa e poi, in un certo senso, anche dalla patria. Eppure proprio quelle famiglie, ha ricordato, sono diventate parte solida dello sviluppo economico e occupazionale della Torino del dopoguerra, con un apporto che si è tradotto in imprese, competenze, lavoro operaio e professionale, partecipazione al tessuto sociale.
Alla cerimonia hanno presenziato numerose autorità, tra cui la presidente del Consiglio Comunale Maria Grazia Grippo; presenti anche il consigliere comunale Silvio Viale. La deposizione della corona ha chiuso un momento che, più che una ritualità, ha assunto il valore di un riconoscimento pubblico: senza memoria condivisa, le comunità restano più fragili, e le ferite più esposte alle semplificazioni.
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